IL REFERTO DEL PAP TEST: un no secco alle indicazioni sulle tempistiche di ripetizione del test.

Ogni laboratorio referta alla sua maniera: chi in modo più sintetico e chi in modo più prolisso.

Se vai a vedere la linee guida Bethesda, la prima cosa che viene segnalata è l’adeguatezza del campione (se più o meno soddisfacente).

In seguito, è presente una classificazione generale che ti dice se ci sono cellule maligne oppure no.

Nell’interpretazione del risultato otterrai poi un’analisi più specifica delle cellule analizzate.

In quella sede, inoltre, viene anche specificata la presenza o meno di batteri.

Se il laboratorio utilizza una metodica automatizzata (quindi tramite computer), è fondamentale che il tutto sia riportato nel referto.

Generalmente il referto si conclude con delle note educazionali o suggerimenti.

Questo però non vuol dire che al suo interno ci debba essere un’indicazione specifica di quando effettuare la ripetizione del prelievo per il follow-up.

L’indicazione alla ripetizione, infatti, è un atto clinico: deve essere il ginecologo a farlo.

Il citologo potrà ovviamente dare dei suggerimenti, soprattutto se nota leucociti (o altro materiale) che hanno offuscato in parte gli epiteli.

Ma è il medico che in definitiva deve stabilire quando far tornare la paziente, in base alle sua situazione particolare.

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